Notiziario

In risposta alla “correzione filiale”.

Conversazione con il prof. Massimo Regini, docente di Teologia Morale dell’Istituto Teologico Marchigiano.

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Prof. Regini, la recezione di “Amoris laetitia”, a quanto pare, sembra aver polarizzato le posizioni in campo. Prima i “dubia” dei quattro cardinali, più recentemente le accuse di eresia da parte della “correzione filiale”. Mai in tempi recenti un documento del magistero ha sollevato un dibattito del genere. Perché questa asprezza?

 

«Il motivo mi sembra quello di una particolare sensibilità, in ambito morale, a tutto ciò che tocca la sfera delle relazioni familiari e in particolare le relazioni sessualmente definite. Non dimentichiamo che già nella tradizione sinottica, davanti alla parole di Gesù sul divorzio, l’evangelista Matteo ha introdotto una clausola, che rispecchiava e cercava di mediare la prassi divorzista dei giudei. La concentrazione della peccaminosità su aspetti legati alla sessualità è certamente una sensibilità ereditata da una visione del peccato, che su questo aspetto ha sempre parlato di un’assenza di parvitas materiae, mentre la percezione di tale peccaminosità è certamente sfumata oggi in genere nella vita dei cristiani, più attenti ad una visione relazionale, potremmo dire romantica dell’amore umano, sganciata purtroppo dalla fecondità progettuale di un tale amore».

 

Qualcuno sostiene che la “correzione filiale” sia un testo banale che non merita alcuna considerazione. Ogni attenzione, anche critica, sarebbe una forma di pubblicità inopportuna. Gli estensori non sarebbero intellettuali di alto profilo e il testo conterrebbe numerose ingenuità. Insomma, non meriterebbe alcun investimento di tempo. Lei che impressione ha avuto?

 

«Proprio perché si definisce filiale, ancor prima dei suoi contenuti, la definizione di eresia data al pensiero del Papa non nutre certo un atteggiamento di filiale rispetto e obbedienza. Tra l’altro nasce anche da un confronto con altri fratelli, i cardinali e vescovi di cui si lamenta il fatto che sono appoggiati e accolti da Papa Francesco, che evoca gli atteggiamenti della parabola evangelica degli operai chiamati a lavorare nella vigna in diverse ore del giorno e a cui il padrone dà alla fine la stessa paga, suscitando l’invidia degli operai della prima ora. Ora è proprio la bontà, possiamo dire meglio la misericordia, che ispira il pensiero e la prassi indicata da Papa Francesco nell’Amoris laetitia. Non si può certo accusare di eresia il Papa per aver accolto posizioni di apertura di molti pastori della Chiesa, col loro magistero autentico in comunione col Papa».

 

Le obiezioni della “correzione filiale” sono per lo più dirette ai numeri che vanno dal 295 al 311 di “Amoris laetitia”. Si ha l’impressione che l’ottavo capitolo sia isolato da un discorso più ampio sulla famiglia che il Papa cerca di articolare.

 

«Amoris laetitia è prima di tutto una bellissima lettera sull’amore nella famiglia. Senza parlare dell’amore, della sua vocazione e bellezza, si finisce a parlare di quello che si può o non si può fare, e allora si cade nel moralismo, dimenticando la buona notizia dell’amore di Cristo. Allora il discorso si concentra se e come è possibile fare la comunione, se possiamo parlare di amore regolare o irregolare, dimenticando che l’amore vero viene sempre da Dio, è sempre regolato dalla misura senza misura della croce di Cristo. E l’amore, per la sua bellezza e verità, non rinuncia mai alla contrizione del cuore per la non pienezza di amore che si trova nelle nostre scelte. Non è vero che non è richiesta la contrizione e il desiderio di emendarsi a tutti, anche a chi vive una situazione cosidetta “irregolare”, come affermato nell’ultima delle eresie di cui è accusato il Papa. Si tratta di vedere cosa questo significhi nella presente situazione in cui si trovano le persone, nella logica di una legge della gradualità e della misericordia».

 

Alcuni studiosi sostengono che la posizione del papa è pienamente in linea con la teologia morale premoderna, ad esempio con San Tommaso d’Aquino e la grande Scolastica. Perché a suo avviso la modernità – e quindi i critici – avrebbero perso questo riferimento?

 

«Certamente nella modernità si è avuto uno sbilanciamento sull’oggettività dell’atto,con rischio di trascurare la coscienza morale della persona che agisce. Inoltre il pensiero tomista, che propone una morale delle virtù, quindi il primato del fine e la tensione alla “beatitudo perfecta”, è attento al fine dell’uomo, ai suoi desideri, mentre successivamente il suo pensiero sarà ripreso solo in riferimento alla legge, al peccato che deve essere ben definito nella celebrazione del sacramento della penitenza, dimenticando una morale della felicità, dell’intenzione buona e della vocazione al bene. Questo è testimoniato nella storia dall’affermazione delle Institutiones morales, che segnarono l’inizio del pensiero moderno, circa la dimensione oggettiva del peccato e le sue classificazioni, nel confronto con la legge morale e in particolare con i comandamenti che proibiscono determinate azioni».

 

Il motivo di fondo delle obiezioni al Papa è che alcune sue affermazioni «contraddicono verità divinamente rivelate che i cattolici devono credere con assenso di fede divina». Condivide questa affermazione?

 

«Mi sembra proprio che nel testo del Papa non ci sono affermazioni eretiche, né affermazioni che contraddicono la Tradizione della Chiesa. Intanto le affermazioni del Papa sono virgolettate, manca quindi il riferimento esplicito al testo da cui sono prese, e si riferiscono, come dichiarato dagli stessi estensori del testo, anche ad affermazioni non dette ma tralasciate, facendo in questo un processo alle intenzioni. La forte sottolineatura della materia grave nel peccato trascura le altre condizioni del peccato mortale e il ruolo della coscienza, affermazioni queste che appartengono alla viva tradizione morale della Chiesa. L’aspetto che più di ogni altro sembra dover essere approfondito e meglio compreso, aspetto più volte ribadito da Giovanni Paolo II, è quello concernente le azioni intrinsece malum, ma anche su questo la tradizione teologica ha un’ampia letteratura sul valore e l’incidenza delle circostanze nella definizione di azioni il cui oggetto è sempre gravemente illecito. La prospettiva di Papa Francesco è quella della coscienza, della malizia o bontà della persona, della complessità della vita e delle situazioni familiari che, se anche non corrispondono sempre agli schemi di rigide categorie teologico-morale, non per questo non portano in sé la verità e la bellezza salvifica dell’amore». 

 

A cura dell’Istituto Teologico Marchigiano

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